Delle parole che ci sono
Ciao.
Ti chiedo se la consapevolezza è un punto di forza. Mi sono messa in mano questo pezzo di me. Eppure, sai, io ho così paura. Tu mi aiuti a diventare più Vera, e io mi sento più Fragile. Vado indietro. E tu mi dici che è un andare avanti. Ho capito, grazie a te, il significato di tutti quegli specchi. Sparsi ovunque.
Per me non lo è un punto di forza. Ti rispondo. Hai ragione, mi son detta l’ennesima cazzata. E dovrei pure cambiare l’abito di scena. So anche questo. Ma non ci riesco. Non ci riesco. Non ci riesco. Poi qualcosa entra dentro, a ferire, bruciare. Ed esco da quella stanza così responsabile. Piena di gente intorno, senza il desiderio di nessuno. Mi son coperta di neve, sull’asfalto bollente. Disegnandomi questo contorno. Che dovrebbe farmi bene, voglio crederti. Entro in un negozio di costumi, credendo che quello viola mi ridarà colore. Eppure, eppure. Eppure. Poi parlo al telefono di catenacci e chiavi. Cazzate, non metafore. Mi muovo, corro. Penso a cosa indossare mercoledì. A cosa raccontarti venerdì. Penso ad una sporgenza così poco familiare e nuda, adesso. Esattamente come me.
Mi viene da chiederti semmai Potrò. Ora che ho definito i miei limiti. Cresco. Stavolta cadendo. E non sempre in piedi. Sto smettendo di fare la gatta.
E’ tutto in loop. M’imbarazzo.
Forse partirò da qui.
